La scelta di Carlo

Carlo Calenda

Giudico la decisione di Calenda, di cancellare l’accordo stipulato con il PD soltanto il 2 agosto, profondamente sbagliata, per diversi motivi che provo ad elencare.

  1. La decisione è stata intempestiva in quanto è stato annullato un patto che contemplava la possibilità per il PD di stringere altri accordi con forze politiche distanti da Azione (tanto è vero che conteneva espressioni come “escludere dai collegi uninominali candidati divisivi come i leader delle forze politiche che costituiranno l’alleanza”,e anche “scomputando dal totale dei collegi quelli che verranno attribuiti alle altre liste dell’alleanza elettorale”. Insomma, Calenda poteva pensarci prima e decidere di andare da solo prima di firmare l’accordo.
  2. Azione rinuncia di fatto a qualsiasi seggio nel maggioritario e non so se questo sarà compensato da un maggior numero di voti nel proporzionale. Contro Azione infatti peserà “il voto utile” nel senso che un voto dato ad Azione sarà efficace solo per il proporzionale e non per l’uninominale.
  3. Il centrosinistra nel maggioritario, tenuto conto del fatto che Azione, I.V. e M5S corrono da soli, prenderà, se va bene, solo una manciata di seggi, il tutto a vantaggio del centrodestra. Era chiaro fin dall’inizio che non si trattava di fare un’alleanza per governare, ma solo (visto il sistema elettorale) per impedire una vittoria “a valanga” del destracentro.
  4. Si è messo in grave difficoltà Letta all’interno del suo partito, spostando di fatto l’asse del PD a sinistra e danneggiando i riformisti all’interno del partito. Inoltre si dà fiato a chi ha contrastato o fatto cadere Draghi (Fratoianni, Bonelli, Conte…). Letta aveva dato prova di grande pazienza, determinazione e coerenza: i due accordi con Azione e +Europa da una parte e S.I. e Verdi dall’altra erano oltretutto ben diversi, il primo era un accordo di governo con punti programmatici significativi in comune, il secondo era, dichiaratamente, un accordo tecnico, puramente elettorale e a difesa della Costituzione. Anche la rinuncia ad accordi con il M5S avrebbe dovuto essere apprezzata da Calenda.
  5. Last but not least si è causata una rottura tra Azione e +Europa.

Insomma un vero capolavoro.

Il centrosinistra verso le elezioni

Bonelli, Calenda, Fratoianni

L’inizio di questa campagna elettorale nel pieno di un’estate torrida (una primizia di cui avremmo fatto volentieri a meno) si caratterizza per la confusione, le incongruenze e le contraddizioni nel campo del centrosinistra.

Questa situazione trova la sua causa scatenante nella legge elettorale vigente, il cosiddetto Rosatellum, contro la quale tutti oggi si scagliano usandola come capro espiatorio, fingendo di dimenticare di averla approvata praticamente all’unanimità cinque anni orsono e di avere avuto tutto il tempo per modificarla.

Come è noto la legge, sostanzialmente uguale fra Camera e Senato, assegna un terzo dei parlamentari con il sistema maggioritario uninominale (vince il candidato che ottiene più voti), mentre per gli altri due terzi vale il sistema proporzionale: l’incentivo a formare coalizioni per aggiudicarsi i seggi del maggioritario è quindi assai forte. Il fatto è che il sistema politico attuale vede un centrodestra abbastanza unito e coeso (almeno per il momento) ed un centrosinistra nel quale i partiti e movimenti che ne fanno parte (quel che resta del M5S, S.I., Verdi, Art1, P.D., Azione e +Europa, I.V. e spiccioli vari – Di Maio, Tabacci….) sono profondamente divisi nei contenuti programmatici e uniti soltanto (almeno a parole e con maggiore o minore convinzione) dalla volontà di evitare la vittoria del centrodestra, data per certa se nel campo del centrosinistra non si trova un accordo per presentare candidati comuni nei collegi del maggioritario.

Per completare il quadro va detto che Continua…

Qualche riflessione a valle delle dimissioni del governo Draghi.

  1. Mario Draghi

    Si sapeva da tempo che i mesi estivi ed autunnali sarebbero stati difficili per il governo di unità nazionale, perchè avvicinandosi alle elezioni i partiti avrebbero cominciato ad “agitare le loro bandierine” per motivare ed allargare i rispettivi elettorati mettendo in crisi la coesione dell’alleanza e problematica l’approvazione dei provvedimenti dell’esecutivo. E così prima Conte, poi a ruota Lega e FI hanno cominciato a creare difficoltà e ricatti. Lo stesso PD non ha rinunciato a spingere per l’approvazione di una legge sacrosanta come lo “ius scholae”, che non chiamava in causa il governo ma che ha dato pretesto alle destre per invocare il “liberi tutti”.

  2. M5S, Lega e FI, in evidente imbarazzo, non hanno avuto il coraggio di votare contro la fiducia a Draghi al Senato e hanno abbandonato l’aula o addirittura (i 5S) erano presenti e non votanti, somma ipocrisia. In aggiunta non hanno nemmeno ritirato i loro ministri dal governo. Come ulteriore segno di immaturità politica non si sono nemmeno assunta la responsabilità di aver fatto cadere il governo (giudicandolo implicitamente un fatto negativo) scaricandone la colpa gli uni sugli altri, compreso Draghi che secondo Berlusconi era ormai stanco.

  3. Sia nel M5S che nella Lega che in FI il ritiro della fiducia al governo ha generato divisioni e contrasti più o meno profondi fino a scissioni e dimissioni “pesanti”.

  4. La breve campagna elettorale che ci porterà al voto fra due mesi è cominciata subito in modo “sgangherato”. Berlusconi che aspira (come minimo) a diventare presidente del Senato, ha promesso pensioni superiori a 1000€ (già sentito) e 1 milione di alberi (ignorando che il PNRR ne prevede già 6 milioni). Salvini da parte sua ha rispolverato flat tax, pace (leggi: condono) fiscale, pensioni più facili, blocco della immigrazione. Naturalmente nessuno specifica risorse e modalità di attuazione delle proposte.

  5. Pare che Giorgia Meloni stia facendo scouting per trovare ministri tecnici (e competenti) per il suo futuro (?) governo.

  6. Non sarà un caso che da quando esiste la nostra Repubblica non si sono mai svolte elezioni politiche nei mesi autunnali. Infatti sarà un problema che il nuovo governo riesca a fare approvare dal Parlamento la legge di bilancio entro la fine dell’anno.

Dopo tre mesi di guerra

Guerra in Ucraina

Sono ormai tre mesi da quando, il 24 febbraio scorso, le truppe russe hanno invaso il territorio dell’Ucraina. La sensazione, per come la percepisco dalle notizie che quotidianamente mi giungono attraverso i mass media, è che qualcosa si stia muovendo in termini di un cambiamento negli atteggiamenti dei principali attori di questo sanguinoso conflitto, i presidenti della Federazione Russa e dell’Ucraina. I colloqui tra le parti in causa ed i loro alleati hanno ripreso ad infittirsi, le sanzioni più dure stentano ad essere applicate a causa delle resistenze di chi, oltre alla Russia, ne subirebbe le conseguenze, la conquista di Mariupol e la resa dei combattenti asseragliati nell’acciaieria Azovstal, le trattative per lo scambio dei prigionieri, infine le proposte per giungere al cessate il fuoco e, successivamente, ad una pace non effimera.

Mi viene da pensare (da sperare) che a questo punto basterebbe un colpo d’ingegno ( e di saggezza) da parte di qualcuno dei protagonisti del conflitto per suscitare una reazione a catena positiva, una “spirale di pace” dalle conseguenze al momento imprevedibili.

Il governo italiano mi sembra particolarmente attivo in questa fase nel tentare una mediazione.

La proposta avanzata nei giorni scorsi è basata su 4 punti che seguono una sequenza logica. Continua…

In ricordo di Serafino D’Onofrio

Serafino DOnofrio

Serafino D'Onofrio

Ho conosciuto Serafino D’Onofrio nella primavera del 2004, quando fummo entrambi eletti in Consiglio comunale, dopo l’entusiasmante campagna elettorale e l’elezione a sindaco di Bologna di Sergio Cofferati. Facevamo entrambi parte della coalizione di maggioranza, io appartenente alla Margherita (confluita poi nel 2007 con i Democratici di Sinistra nel Partito Democratico), Serafino, proveniente da una cultura politica socialista, eletto nella lista Società Civile Di Pietro-Occhetto, che cambiò poi il suo nome in Società Civile-Il Cantiere. Di fatto D’Onofrio, insieme ai due consiglieri dei Verdi (Celli e Panzacchi) e ai due di Rifondazione Comunista (Monteventi e Sconciaforni) diede vita al raggruppamento informale de “L’altra sinistra” che assunse fin da subito un atteggiamento critico, appunto da sinistra, nei confronti della giunta Cofferati.

Di questo gruppo Serafino rappresentava l’anima ironica fino ad un pungente sarcasmo ma sempre rispettosa e mai offensiva. Ascoltavo con interesse i suoi interventi anche quando non ne condividevo (e non glielo mandavo a dire) il contenuto. In ogni caso le polemiche con D’Onofrio non erano mai accompagnate da rancore: il suo sorriso stemperava e sdrammatizzava sempre il dissenso e riportava la relazione interpersonale su registri amichevoli. Qui veniva fuori la sua origine partenopea, rivelata dal suo accento. Era nato infatti a Napoli nel 1952, ma era ormai bolognese d’adozione, giunto tra noi all’età di 25 anni. E nella nostra città ha vissuto tutta la sua vita affettiva, professionale e d’impegno civile e politico.

Sposato con due figli, laureato in giurisprudenza, ha lavorato in Trenitalia. Dirigente sindacale e politico nel Partito Socialista Italiano è stato anche consigliere di quartiere a S.Stefano ed amministratore nell’ Azienda Trasporti Consortile. Ha poi operato, assumendo anche cariche dirigenziali, in diverse associazioni culturali e sportive, unendo all’impegno nella società civile una forte sensibilità politica.

Ma vorrei tornare agli anni della comune ed entusiasmante esperienza in Consiglio comunale. Continua…

Qualche considerazione sulla guerra in Ucraina

Guerra in Ucraina

Guerra in Ucraina

In questi venti giorni di guerra in Ucraina, le immagini, gli articoli di stampa, i filmati, ci hanno fatto provare angoscia, indignazione, paura, pietà, solidarietà…… Abbiamo cercato di capire, di formarci un’opinione, di formulare ipotesi che contenessero una speranza di soluzione al dramma che la popolazione ucraina sta vivendo.

Da tutto ciò che ho visto ed ho letto in questi venti giorni ricavo alcune certezze che condivido con la quasi totalità dei miei interlocutori ed una domanda a cui do risposta con qualche dubbio.

Le certezze.

Netta la condanna nei confronti di Putin che ha scatenato la guerra invadendo e bombardando l’Ucraina.

Giusta l’applicazione di sanzioni economiche nei confronti della Federazione Russa.

Doveroso ogni aiuto umanitario al popolo ucraino sia sul posto che attraverso l’accoglienza dei profughi.

Auspicabile che si giunga al più presto ad un cessate il fuoco ed alla pace a seguito di un negoziato che, attraverso equilibrate concessioni reciproche, restituisca all’Ucraina la sovranità sulla maggior parte del proprio territorio.

Ci sono poi altri aspetti sui quali evito di pronunciarmi con la stessa sicurezza, o perchè mi sembrano irrilevanti rispetto alla gravità della situazione attuale (ad esempio tutto il dibattito sulle responsabilità remote della Nato e dell’occidente), o perchè mi ritengo incompetente (per quanto riguarda lo status di neutralità futura dell’Ucraina, l’adesione auspicabile alla Comunità europea, e quella improbabile alla Nato).

Ma c’è un punto sul quale il dibattito ed il confronto è particolarmente acceso ed è quello che riguarda la domanda: “E’ legittimo ed opportuno aiutare la resistenza ucraina attraverso la fornitura di armi?” Continua…

Guerra in Ucraina e religioni.

Al dolore per la guerra e per le sofferenze del popolo ucraino si aggiunge per un credente la tristezza e la delusione di fronte alla frammentazione ed al silenzio delle chiese ortodosse, condizionate dal loro carattere nazionalista ed incapaci di una parola di pace e di fraternità. In questa situazione la religione è irrilevante se non addirittura complice del conflitto.

Che amarezza….

PD di Bologna

La lettura dell’articolo di Silvia Bignami su Repubblica Bologna di ieri, dedicato alle polemiche in merito alla formazione della direzione provinciale del PD mi ha causato amarezza e delusione.

L’articolo infatti fotografa nei dettagli la geografia delle correnti che, sulla base dei risultati congressuali, degli accordi successivi e di un manuale Cencelli sempre di attualità, si suddividono i posti da occupare in assemblea, direzione e segreteria della federazione bolognese del partito.

Bignami riporta i nominativi dei leaders di riferimento nazionale e locale delle diverse correnti, dimenticandone alcuni (immagino per ragioni di spazio). Sarebbe arduo provare ad elencare, sia pure per sommi capi, i valori, gl’ideali e le peculiarità politico-programmatiche specifiche di ogni corrente. L’articolo parla soltanto di “progressisti” e “moderati”, categorie di comodo e del tutto generiche.

Il fatto è che le correnti servono soprattutto ad organizzare il consenso, attorno ai leaders ed agli aderenti, in occasione delle elezioni e delle nomine alle cariche istituzionali e delle aziende partecipate. Il rischio è quello di trasformare (direi trasfigurare) il PD in un comitato elettorale.

Tra un’elezione (nazionale o locale) e l’altra, si affievolisce l’attività politica , così come il tramite tra iscritti (e simpatizzanti) ed eletti, che il partito dovrebbe curare in modo da dare continuità a quell’azione di partecipazione, proposta, indirizzo e controllo che è il sale della democrazia.

Lo dico, ripeto, con amarezza e delusione, da iscritto al PD (e non ad una corrente) dalla fondazione, chiedendomi se basti la semplice fedeltà a motivare la tessera.

Il calo degl’ iscritti non è dovuto al fato o ad una generica disaffezione dalla politica.

Habemus Presidentem

Sergio Mattarella

Sono andato a rileggermi i due post che avevo dedicato alla elezione del Presidente della Repubblica rispettivamente il 29 novembre ed il 9 gennaio scorsi. In entrambi mi ero pronunciato con diverse motivazioni ed in modo netto a favore della permanenza di Mario Draghi nel ruolo di primo ministro e della prosecuzione dell’esperienza di governo attuale. Sono contento che la sofferta rielezione di Mattarella come Presidente della Repubblica abbia prodotto anche questo risultato che giudico positivo e necessario per il nostro paese.

Sono ovviamente contento anche della riconferma di Mattarella, benchè sia questo l’esito dell’ennesima manifestazione della crisi che caratterizza da tempo il nostro sistema politico-istituzionale, crisi di leadership e di cultura politica. I dirigenti dei principali partiti non sono stati in grado di individuare ed eleggere una figura “super partes” e “di alto profilo” (queste le caratteristiche da tutti richiamate in modo concorde), non perchè (credo) non ne esistessero ma perchè ciascuno, al di là delle dichiarazioni ufficiali, preferiva tenere d’occhio il proprio interesse di parte.

In questa gara a chi faceva peggio si sono segnalati in particolare, secondo me, Matteo Salvini, tanto parolaio ed esibizionista, quanto incapace di svolgere in modo efficace il ruolo di kingmaker che si è autoassegnato, e Giuseppe Conte, tanto forbito e ricercato nell’eloquio, da buon avvocato, quanto ondivago e inconcludente nei risultati.

La speranza è che le tossine di questa settimana non guastino in modo irreversibile il clima all’interno del governo: toccherà a Draghi cercare di evitarlo.

Fra due settimane si vota per il Quirinale

Quirinale

In un mio post di qualche tempo fa (“Chi mi aiuta a capire?”) avevo dato conto di alcuni problemi istituzionali che ci sarebbe da risolvere nel caso in cui Draghi transitasse direttamente da palazzo Chigi al Quirinale. D’altra parte non credo sia casuale il fatto che dalla nascita della Repubblica ad oggi nessun Presidente del Consiglio sia passato direttamente dalla sua poltrona a quella di Capo dello Stato.

I due ruoli sono profondamente diversi, per quanto riguarda compiti e profilo richiesto.

Non ho dubbi che Draghi potrebbe essere un degno Presidente della Repubblica. Ritengo tuttavia che se ciò avvenisse, il vuoto che si aprirebbe alla guida del governo non sarebbe colmato senza lo scioglimento delle Camere e nuove elezioni, prospettiva questa preoccupante con la pandemia in corso e con la gestione del PNRR che non consentono a mio giudizio soluzioni di continuità nell’azione di governo ed una campagna elettorale prevedibilmente assai conflittuale.

Sento definire Draghi, con un certo disprezzo, “amministratore delegato”. Non capisco perchè.

L’azienda Italia ha bisogno di un amministratore capace e Draghi lo è. Se i partiti di maggioranza (soci del cda) gli conferiscono deleghe ampie e non sanno o non vogliono dare indicazioni vincolanti, non ci si può lamentare più di tanto dell’autorevolezza dell’amministratore delegato.

In estrema sintesi ritengo che nella delicata situazione attuale sia decisamente più facile eleggere un Presidente della Repubblica degno del suo ruolo che insediare un nuovo Presidente del Consiglio. Conclusione: Draghi resti dov’è fino al termine naturale della legislatura.